In questo spazio verranno inseriti i documenti scaduti per data:
Assemblea Plenaria Comitato genitori
Avviso per Assemblea Plenaria del Comitato Genitori. Tutti i genitori sono invitati a partecipare, leggi sotto per maggiori informazioni.
ISTITUTO COMPRENSIVO “PADRE V. FALSINA”
CASTEGNATO (BS)
E’ indetta per GIOVEDI’ 11 OTTOBRE 2007 ore 20.30 presso l’ aula magna della scuola media la prima assemblea di quest’ anno del Comitato Genitori col seguente o.d.g.:
Introduzione
Ruolo e prossime elezioni Rappresentanti di Classe
Informazioni servizi Mensa e Scuolabus
Resoconto Gruppo d’ Acquisto libri di testo
Pedibus e progetti Comitato 2007/2008
Varie ed eventuali
Tutti i genitori sono invitati a partecipare!
Castegnato 04/10/07
La Presidente
Mariella Mena
Invito a tutti i genitori a partecipare all'Assemblea Plenaria presso l'Aula Magna della scuola media.
Tutto il programma nel documento riportato.

COMITATO GENITORI
ISTITUTO COMPRENSIVO “V. FALSINA” CASTEGNATO (BS)
Si invitano i genitori all’ Assemblea Plenaria del Comitato Genitori
Martedì 11 marzo 2008 alle ore 20.30
presso l’ Aula Magna della Scuola Media.
All’ O.d.g. :
Vi aspettiamo numerosi!
Castegnato, 4 marzo 2008
Il COMITATO GENITORI
La Presidente
Loredana Gussarini
Per visualizzare il documento cliccare qui
E' convocata l'assemblea annuale dei Rappresentanti di Classe per Giovedi 6 dicembre alle ore 20.30.
Maggiori informazioni aprendo tutto il testo.
COMITATO GENITORI
Istituto Comprensivo “V. Falsina” Castegnato (BS)
A TUTTI I RAPPRESENTANTI DI CLASSE
Il Comitato Genitori indice l’assemblea annuale riservata ai Rappresentanti di Classe per GIOVEDI’ 6 DICEMBRE ore 20.30 presso l’aula magna della Scuola Media.
All’ ordine del giorno:
* Rinnovo cariche Direttivo Comitato Genitori
* Raccolta segnalazioni e/o proposte dai Rappresentanti di classe
* Prossimo progetto Cineforum e corsi formazione per genitori
* Varie ed eventuali
Tutti i rappresentanti di classe hanno diritto di voto per il rinnovo delle ariche pertanto si raccomanda la partecipazione all’ assemblea che vuole comunque essere un momento importante di confronto.
Castegnato, 28/11/2007
La Presidente
Mariella Mena
Il comitato genitori, grazie alla collaborazione offerta da un'importante azienda bresciana, ha ottenuto gratuitamente la donazione di 10 pc mod. PENTIUM III completi e di altrettanti monitor a 17" che vanno ad aggiungersi ai 10 pc donati dalla medesima azienda nello scorso mese di maggio.
Alcuni di questi pc sono andati ad arricchire la dotazione dell'aula di informatica, altri hanno soddisfatto esigenze per l'aula di sostegno e per l'aula Magna e un paio sono utilizzati quotidianamente dai docenti nella loro aula.
Inoltre la buona qualità dei monitor donati ha permesso di effettuare alcune sostituzioni su diverse postazioni.
I nuovi pc saranno presi in carico dai Docenti Reponsabili dell'area informatica dell'Istituto per ottimizzarne l'impiego nell'ambito dei progetti scolastici.
Di seguito l'informativa spedita a tutti i genitori interessati.
COMITATO GENITORI
ISTITUTO COMPRENSIVO CASTEGNATO
Castegnato, 18 maggio 2006
Ai genitori degli alunni:
Classe 5^ sez. A-B-C Scuola primaria
Ai genitori degli alunni:
Classe I e II Scuola secondaria di 1°
OGGETTO:Acquisto libri testo scuola secondaria di 1°-anno scolastico 06/07 con sconto 15%
Il Comitato Genitori, con l’intento di collaborare attivamente con le famiglie di Castegnato, organizza un gruppo d’acquisto di libri di testo in adozione per il prossimo anno scolastico con uno sconto garantito del 15% sul prezzo di copertina (max. sconto previsto per legge).
Tale iniziativa è resa possibile grazie alla collaborazione con la libreria “IL LIBRACCIO” di Brescia che ci fornirà i libri di testo garantendo la consegna degli stessi a Castegnato entro termini utili per l’inizio del prossimo anno scolastico (case editrici permettendo).
Di seguito vengono indicate le modalità per aderire all’iniziativa:
restituzione alla scuola del coupon allegato (anche in caso di non adesione);
consegna al Comitato Genitori della lista dei libri da ordinare in duplice copia in date che comunicheremo in un secondo tempo.
deposito all’atto della prenotazione di una caparra confirmatoria di Euro 50.00;
versamento al Comitato Genitori di un contributo di Euro 2,00 a famiglia per il servizio offerto ed a sostegno delle attività del Comitato.
Daremo ulteriori informazioni nell’ Assemblea Plenaria del Comitato che si terra’ presso l’aula magna della scuola media VENERDI’ 26/05/06 alle ore 20.30.
Certi dell’interesse di tutte le famiglie per quest’iniziativa e ricordando che occorre un’adesione elevata per la riuscita della stessa rimaniamo a disposizione per ulteriori chiarimenti ai numeri
328/9026210 — 339/4724685.
Cordialità.
La Presidente
Mariella Mena
Per visualizzare la pagina relativa al documento del Gruppo acquisto libri dell'anno in corso, clicca qui
Sono stati organizzati, nell'anno scolastico 2004-2005, dall'Assessorato alla Cultura e Pubblica Istruzione e dal Comitato dei Genitori dell'Istituto Comprensivo di Castegnato, quattro incontri con il Dott. Osvaldo Poli. Consulente della formazione dei genitori e della coppia che collabora con diversi gruppi, istituzioni e riviste. Nelle pagine che seguono sono inserite le relazioni delle serate.
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Il genitore equilibrato relazione del Dott. Osvaldo Poli |
Ogni genitore desidera consapevolmente essere per i propri figli un buon educatore ed agire per il loro bene. Ma avvertire questo desiderio non garantisce che si possieda la capacità di vivere quel valore stesso: ci può essere una discrepanza fra il proprio ideale di genitore e le capacità psicologiche di attuarlo coerentemente. All'ideale dell'amore per i figli possono, infatti, opporsi alcuni aspetti del proprio " carattere" che rendono difficile attuare le buone intenzioni. Alcuni stili educativi, ispirati a parole dall'amore per i figli,al di là delle motivazioni coscienti e della buona fede personale , possono essere riconducibili all'egocentrismo o ad aspetti immaturi della personalità del genitore, nelle innumerevoli caratterizzazioni psicologiche. In questi casi una motivazione " nascosta" dietro le " buone ragioni", mina alla radice la capacità educativa poiché il valore riconosciuto (condurre l'educazione nell'interesse dei figli, realizzare il loro bene) non è in armonia con alcuni aspetti del carattere del genitore (bisogni, paure, mentalità) che condizionano il suo stile educativo.
La fatica dell’educazione consiste principalmente nel tentativo di rendere il proprio carattere “capace” di vivere il valore e quindi di attuare uno stile educativo realmente ispirato al bene dei figli. Il genitore che nell’azione educativa agisce con misura, saggezza ed equilibrio ed è capace di fare ciò che in ogni circostanza è più opportuno, rappresenta un punto d’arrivo , un ideale nei confronti del quale è giusto mantenere una certa tensione. A questo ideale si oppongono delle tendenze che , più o meno consapevolmente sminuiscono o inquinano la buona volontà del genitore nella sua intenzione di essere a servizio della crescita dei figli . Non tutto il nostro apparato psichico , infatti , “risponde ai comandi” della leva del valore, a causa della presenza di motivazioni psicologiche "inconsistenti": tali motivazioni possono essere poco consapevoli , e proprio per questa ragione possono agire al di là della buona volontà della persona stessa.
I tentativi di diventare genitori migliori non possono basarsi esclusivamente sulla riaffermazione razionale di valori e di principi: una vera crescita personale deve fare i conti con le caratteristiche della propria personalità. Per questa ragione il “carattere” non può essere sottovalutato: esso costituisce una cassetta degli attrezzi con i quali è possibile rendere presente , nel rapporto con i figli , l’amore che ogni genitore prova nei loro confronti. La personalità genitoriale matura non è guidata dalle tendenze del carattere , ma dal “valore” , da ciò che più realmente gli importa: agire per il bene educativo del figlio. E’ esperienza comune che per il bene dei figli, in alcuni casi sia necessario “ torcere il proprio carattere” e tenere sotto controllo le proprie dinamiche affettive.
Per diventare genitori più equilibrati, dunque è quindi indispensabile conoscere con realismo il proprio carattere e le proprie tendenze affettive , avendo una chiara visione di sé quanto ai propri punti deboli, a quegli aspetti che non permettono di essere il genitore che si vorrebbe e si sente di dover essere. Il genitore che si limita a ripetere a se stesso le buone ragioni di ciò che fa, ma non si ferma mai a riflettere sul "perchè" agisce in quel modo, potrebbe non scoprire mai le ragioni vere dei propri comportamenti. Questo atteggiamento ingenera una maturità solo apparente nello stile educativo che presto o tardi non mancherà di venire allo scoperto attraverso qualche forma di immaturità, di ribellione, di insuccesso educativo nei confronti dei figli. Una conoscenza realistica di se stessi è il presupposto per ridimensionare gli aspetti della personalità che sono in contrasto con il disinteresse e la gratuità dell'amore genitoriale. La libertà psicologica del genitore coincide infatti con la sua capacità di agire nel reale interesse dei figli conoscendo, integrando e superando ciò che lo rende parzialmente incapace di fare ciò che per amore loro sente di dover fare. Non è facile né scontato conoscere con realismo i pregi ed i punti deboli del proprio carattere.
Non sempre ciò che pensiamo di noi stessi coincide con ciò che siamo realmente, magari senza saperlo. E' dunque importante gettare uno sguardo su quegli aspetti del carattere (le paure ed i bisogni) che influenzano stabilmente il proprio modo di vivere le relazioni con i figli. E' necessario saper capire " cosa ci succede dentro" , quali sono i pensieri del cuore , i movimenti affettivi, le emozioni complesse che influenzano le decisioni educative . Ognuno ha il " suo modo di reagire" , di impostare il rapporto educativo :ogni , stile relazionale è originale come le impronte digitali : la conoscenza realistica di sé consiste esattamente nel rendersi conto delle istruzioni segrete che guidano , spesso implicitamente, l’impostazione del rapporto con i figli.
Esistono infatti numerosi virus emotivi che possono impadronirsi dei files di sistema e fornire al genitore delle istruzioni errate , ispirando comportamenti che si traducono in un danno educativo per i figli, rendendo "ciechi" riguardo a ciò che è più opportuno fare. Il genitore segue fiduciosamente le istruzione che appaiono sullo schermo senza avvedersi che esse sono state segretamente manipolate dal virus. I virus rappresentano spesso dei “ modi di essere e di sentire” che agiscono in noi da sempre , che costantemente ci “ lavorano sotto “ , aspetti del carattere che “ ci portiamo dietro “ da molto tempo, tendenze a vivere le relazioni “ in un certo modo” che noi stessi consideriamo inopportune e poco ragionevoli. Essi rappresentano gli aspetti del nostro carattere che noi stessi consideriamo “ schiocchi” , imperfetti, aspetti del carattere che vorremmo diversi. Così il genitore troppo protettivo non si accorgerà del legittimo desiderio del figlio di diventare grande ed imparare ad evitare da solo i rischi ed i pericoli, il genitore troppo apprensivo gli trasmetterà la sua " paura di tutto" rendendolo impaurito ed insicuro, il genitore che ha troppa paura di esercitare l'autorità crescerà un figlio tendenzialmente viziato , tirannico e pieno di " pretese" , chi vive sensi di colpa irrisolti nei confronti dei figli, sarà disponibile a concedere anche ciò che non dovrebbe .
Simili errori educativi sono certamente attuati sotto il velo dell’inconsapevolezza , ma non per questo sono meno reali nei loro effetti negativi nella formazione dei figli. Il genitore non ne ha colpa , ma è comunque responsabile del proprio stile educativo, se non altro per quanto riguarda il proprio atteggiamento di sincera disponibilità a riconoscere ed accettare i propri limiti. I bisogni e le paure possono esercitare un diverso grado di condizionamento psicologico: fra l'essere succubi ed il " sentirsi inclinati" a soddisfare alcuni bisogni, resta pur sempre una certa differenza. Così una paura può essere molto condizionante oppure essere poco centrale e dotata di scarsa forza psicologica. Ma attenzione: non tutti i comportamenti sono da ricondurre necessariamente a bisogni e paure inconsistenti.
Val la pena di ricordare che vi sono comportamenti educativi adeguati, equilibrati, realmente ispirati al valore dell’amore dei figli. Non è quindi realistico il tentativo di ricondurre tutte le decisioni educative a paure o bisogni inconsistenti: spesso nei comportamenti dei genitori non c'è nulla da smascherare, ma atteggiamenti realmente virtuosi da rispettare e ammirare. Non è il caso di essere ingenui nel considerare i comportamenti umani, ma nemmeno cinici , ritenendo che la vera ed unica ragione di tutti i comportamenti sia l'egoismo , camuffato da nobili intenzioni. Non tutti i richiami dei genitori e le richieste rivolte ai figli sono riconducibili, ad esempio , al tentativo di uniformare il figlio alle proprie aspettative. Spesso il genitore esige dal figlio ciò che realmente è conforme al suo bene e non desidera , neppure inconsapevolmente , piegare illegittimamente il figlio ai propri bisogni o alle proprie aspettative. Infine: è difficile eseguire un autoritratto senza avere a disposizione uno specchio.
Per questa ragione la conoscenza di sè, per essere realistica deve tener conto dell'opinione che hanno di noi le persone più vicine: i figli, il marito, la moglie, gli amici. Considerato che i nostri limiti sono conosciuti” proprio dalle persone più vicine proprio perchè “ patiti da esse , proprio tali persone a noi vicine sono nella condizione più opportuna per conoscere le parti meno mature del nostro carattere. Una certa “delusione di sé” dovuta alla constatazione di qualche limite potrebbe rivelarsi salutare e renderci più capaci di guardare a noi stessi e agli altri in modo più accettante ed un po’ più umoristico: l’umiltà , dopo un primo shock, è una virtù allegra.
L'ascolto di sé , delle proprie emozioni , l’accoglienza libera e coraggiosa dei proprio pensieri , rappresenta la condizione fondamentale che deve essere desiderata, ricercata, attesa perché porta in regalo il dono della conoscenza di sé : la possibilità di essere rivelati a se stessi , anche nelle nostre parti più bisognose di essere riparate.
La conoscenza di sé permette di migliorarsi
contrastando il condizionamento che i sentimenti più egocentrici ed immaturi possono esercitare su di noi
valorizzando le nostre capacità di dedizione psicologica
fino a farci sentire più genitori più sicuri, coraggiosi, armoniosi , fiduciosi nella bontà del nostro istinto educativo.
Questo lavoro su di noi dà progressivamente alle nostre parole e ai nostri gesti educativi quella saggezza, quella misura, scioltezza, autorevolezza che avvertiamo in quei momenti in cui ci sentiamo " magici" , come se misteriosamente ci venisse tutto facile, giusto, bello. Sono momenti in cui ci sentiamo unificati perché ciò che proviamo, ciò che pensiamo e ciò che vogliamo sono in armonia e proprio per questo ci sentiamo capaci di essere genitori teneri e forti, pazienti ma esigenti, caldi e rispettosi allo stesso tempo. Più capaci di voler bene nel modo giusto, come se i sentimenti avessero messo radici in ciò che è vero e giusto, traendone vitalità, forza e dolcezza allo stesso tempo.
Castegnato, 27/10/2004
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La virtù della fermezza relazione del Dott. Osvaldo Poli |
Con il termine fermezza si intende la capacità di prendere decisioni emotivamente difficili ma che rappresentano l’interesse educativo reale dei figli, resistendo alle pressioni psicologiche interne o esterne tendenti a indebolire, delegittimare o modificare gli atteggiamenti educativi intuiti come opportuni e valutati come giusti. La pratica della fermezza educativa comporta, per il genitore, l’esperienza di un’importante difficoltà emotiva, dovendo rinunciare al suo naturale desiderio di " vedere il figlio contento", ed accettare il principio che per crescere bene e per realizzarsi egli debba necessariamente passare attraverso l'esperienza della rinuncia, dell'impegno, del sacrificio, dell’accettazione del limite all’appagamento suoi desideri.
Chiedere ai figli comportamenti impegnativi o imporre loro rinunce dolorose è inevitabile nell’esperienza di ogni educatore. La fortezza è la forza di resistere alle difficoltà ed al dispiacere richiesto dall'agire per il bene del figlio. Il linguaggio quotidiano traduce con singolare semplicità e correttezza l’essenza della fermezza educativa, definendola come la capacità di imporsi quando è necessario. Anche se la comprensione e l'apprezzamento della fermezza educativa possono risultare intuitivi ed immediati, non è altrettanto semplice installarla stabilmente fra i programmi attivi nel proprio repertorio educativo.
La fermezza è propriamente una virtù consistente nella capacità di compiere con sempre maggior facilità ed armonia ciò che alla coscienza appare giusto. Se le forze psicologiche, e le dinamiche affettive non sono opportunamente rese disponibili all'azione del valore, la capacità di agire nell’interesse educativo reale del figlio è limitata o completamente disattivata.
L'apparato psichico dunque deve essere adeguatamente configurato per " far girare" nel proprio ambiente operativo le buone intenzioni educative, permettendo in questo modo al valore di agire, di influire realmente nello stile educativo. Si è virtuosi quando le tendenze del carattere assecondano o quantomeno non ostacolano il desiderio di lasciarsi guidare dal valore, dall’intenzione cioè di agire nell’interesse educativo del figlio.
La virtù rappresenta dunque uno stato di perfezione abituale dell'intelligenza e della sensibilità affettiva, che mette ordine nelle tendenze del carattere rendendole disponibili all'azione di tale valore. La fermezza, come tutte le virtù, non è innata, tutt’al più lo sono alcune disposizioni del temperamento che inclinano e dispongono più facilmente ad essa. La fermezza è un programma sofisticato che necessita di essere elaborato con pazienza attraverso l’intelligente lavoro su alcune dinamiche affettive personali. Alcuni aspetti del carattere, infatti, sono in sintonia con l’azione del valore: una naturale disposizione alla franchezza ed una buona sicurezza personale, ad esempio, rendono più semplice essere genitori autorevoli.
Chi è insicuro, o non ha adeguatamente risolto la propria tendenza alla dipendenza affettiva, per contro, troverà maggiore difficoltà ad esercitare la fermezza educativa, nonostante i suoi buoni propositi. Sostenere la positività della fermezza evitando la fatica del lavoro sul proprio carattere per poterla attuare, indurrebbe ad un apprezzamento formale ed astratta della stessa , acuendo solamente la propria sensazione di incapacità di attuarla coerentemente. Insistere sul “ dovere di essere fermi ” senza un’opportuna messa a punto del mediatore psichico (il carattere ) che deve interpretare tale istanza, rischia di far sembrare moralistico ogni richiamo ad essa.
L’apprezzamento razionale della virtù e la constatazione della sua necessità, non ne abilita, solo per questo, all’uso. E’ necessario individuare e sciogliere le difficoltà che la rendono difficilmente praticabile. E’ possibile in tal modo colmare i limiti di un certo modo di intendere e praticare la formazione; la convinzione cioè che la conoscenza intellettiva della verità possa essere sufficiente a promuoverne l’attuazione, attraverso lo sforzo volitivo. La migliore conoscenza dell’apparato psichico e la messa a punto dei suoi dinamismi appare necessaria per perfezionare la capacità di volere ciò che è giusto. La riflessione psicologica e l’introspezione dovrebbe rendere facile ciò che è giusto.
Il contenuto di un compact disc, si direbbe con una metafora, può essere lanciato solo se il programma operativo del computer è configurato adeguatamente, con caratteristiche tecniche tali da supportarne l’utilizzo. A tale compito “ ancillare” ma non secondario, la riflessione psicologica può fornire gli strumenti per collegare i fili del valore alle caratteristiche personali, creando le condizioni di un atteggiamento virtuoso. Riguardo alla possibilità, inoltre che la fermezza educativa possa essere una virtù praticabile da molti, va precisato che essa ha le caratteristiche di un software “ aperto ”, compatibile con tratti caratteriali molto diversi.
Non è necessario avere un “ carattere forte” per essere fermi; ognuno, infatti, può ed ha diritto ad esercitare tale virtù nel modo che più gli è congeniale, conformemente ai tratti peculiari della sua personalità. Anche le persone dolci e miti possono trovare il loro modo di essere ferme, senza sentirsi in dovere di assumere stili educativi poco confacenti al proprio modo di essere. La fermezza non è originata dalla forza del carattere, ma dalla intima convinzione che le richieste avanzate al figlio o i limiti imposti sono realmente conformi al suo bene educativo. Una conoscenza poco realistica di sé e la mancata integrazione delle dinamiche affettive che ostacolano l’esercizio della fermezza, inducono a compiere errori educativi " senza saperlo e senza volerlo", come molti genitori affermano.
La mancanza di tale virtù , anche se agita sotto il velo dell’inconsapevolezza, non per questo è meno negativa ai fini della relazione educativa. L’acquisizione della fermezza implica dunque lo sforzo di conoscere maggiormente se stessi, di diventare consapevoli delle dinamiche affettive che possono ostacolare il sincero desiderio di essere genitori autorevoli e fermi. Una realistica conoscenza di sé rappresenta dunque la condizione indispensabile per correggere alcuni stili educativi deboli, permissivi o eccessivamente accondiscendenti e per acquisire, gradualmente la capacità di essere fermi quando la relazione educativa lo richieda.
Perché è utile la fermezza
Questa virtù educativa è necessaria per esercitare un compito essenziale nei confronti dei figli: la funzione di guida. Essa è essenziale alla loro crescita come l’accudimento e la protezione, e non pare azzardato annoverare l’essere guidati dai genitori come un diritto dei figli. E’ questo un aspetto dimenticato o poco elaborato dalla cultura educativa attuale. Non è infrequente che proprio i figli, fattisi grandi rimproverino ai genitori di essere stati molto accontentati, ma lasciati soli, senza guida e punti di riferimento.
L'assenza di un accompagnamento educativo autorevole comporta come effetto negativo il mancato sviluppo della capacità di dipendenza psicologica che caratterizza strutturalmente la fase dell’infanzia e della latenza. La docilità, la “dipendenza buona” che deriva dalla fiducia del bambino nel proprio genitore rappresenta la condizione necessaria per sviluppare una personalità realmente forte ed indipendente. Chi ha dovuto “ fare tutto da sé”, senza l'esperienza di una dipendenza buona, sperimentando di potersi affidare all’aiuto e alle indicazioni di un genitore, sviluppa aspetti caratteriali di chiusura, testardaggine, incapacità ad " ascoltare " e seguire le indicazioni dell'adulto, oltre ad una propensione alla manipolazione nelle relazioni sociali .
Quando i figli hanno a che fare con adulti paurosi di diventare antipatici o di essere mal considerati, incapaci di guidarli alla scoperta di ciò che è bene e di ciò che è male, la loro diffidenza in questo genere di educatori è comprensibile e pienamente giustificata. La controprova? Spesso i figli hanno maggiore stima del genitore più esigente, più severo, e si fidano maggiormente di quest’ultimo che del genitore più “buono”. A volte – riferiscono alcuni genitori – i figli appaiono sollevati dal fatto che il genitore assuma posizioni autorevoli, esprimendo un giudizio chiaro sulla situazione e mostrandosi disposto ad adottare le opportune decisioni.
In molti resoconti spontanei dei genitori ricorre l’esperienza di una circostanza in cui gli è accaduto di “ scoppiare ”, reagendo istintivamente ad una situazione insostenibile, e di notare nel figlio una reazione di “sollievo”, come se fosse contento di costatare che il genitore possiede un solido senso della realtà, non ha paura della verità ed è in grado di contenere le sue inclinazioni negative.
“ Sembrava non aspettare altro” aggiungono spesso.
Quando succede di chiedere ad un genitore come il figlio abbia reagito alla sua presa di posizione “ forte ed istintiva” di fronte all’ennesimo comportamento intollerabile, la risposta più frequente è: sembrava più rilassato. I figli abituati a fare ciò che vogliono, sono delusi dai loro genitori. Molti li disprezzano apertamente, giungendo a trattarli con arroganza, umiliandoli ed assoggettandoli a pretese assurde. Spesso li fanno oggetto di dimostrazioni di disprezzo con acting out (maltrattamenti, percosse, risposte umilianti ) senza provocare nel genitore le più istintive reazioni di difesa della propria dignità. Un genitore debole può far comodo, ma non può far felice un figlio, il cui bisogno profondo è di avere dei genitori di cui avere stima, da considerare giusti e forti, degni di essere ascoltati.
Il desiderio di poter contare su un genitore forte e giusto, che sanziona e limita con saggezza i comportamenti sbagliati, è naturale ed istintivo perché risponde al bisogno di non essere lasciato solo ad affrontare la complessità del proprio mondo psichico, e ad intuire la direzione di una vita giusta e buona.
Castegnato, 03/11/2004
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L'insicurezza psicologica e l'incertezza morale relazione del Dott. Osvaldo Poli |
La mancanza di fermezza educativa pare essere in larga misura dovuta all'incertezza morale, oltre che all'insicurezza psicologica . ( vissuto caratteristico : capisco ciò che sarebbe giusto fare , ma non riesco o mi è difficile farlo)
L’attuale difficoltà dei genitori ad essere fermi non è completamente riconducibile all’influenza debilitante dei virus affettivi sulle dinamiche psicologiche individuali. L’incertezza morale è fondamentalmente diversa dall’incertezza ( di natura psicologica ) , che rende ragione esclusivamente degli errori dovuti alla debolezza di alcuni aspetti del carattere del genitore. Non tutto il disagio dei genitori è di natura emotiva e le radici della crescente difficoltà dei genitori ad essere fermi si possono rintracciare ad un livello più profondo della stessa psicologia .La fermezza educativa sgorga da una sorgente segreta collocata in un luogo di cui si è persa traccia nelle mappe tracciate della cultura odierna : nella regione della coscienza morale .
La natura della fermezza infatti , come ogni altra virtù , non è propriamente psicologica o culturale , ma è essenzialmente morale ed i genitori che intendano essere autorevoli e fermi non possono che attingere la loro forza da questa riserva energetica. L'inquinamento odierno sembra aver raggiunto anche le falde più profonde della coscienza , poiché si è perso il "sapere su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato" rendendo inevitabilmente smarriti i genitori nella loro azione educativa. Il concetto stesso di bene e male è stato destituito di ogni legittimità , al suo posto esiste solo – vago, educato - il principio di evitamento del "disagio psicologico " , unica bussola in grado di dare “ indicazioni” al genitore su cosa sia più opportuno fare .
Il genitore smarrito
L’insicurezza morale si rileva dal vissuto di smarrimento ,uno stato mentale di quasi-dolore, dovuto alla percezione della mancanza di un fondamento solido alle proprie opinioni , di un principio sicuro cui ispirare la propria azione educativa , di una intuizione certa della direzione da percorrere per la risoluzione dei problemi educativi.
E’ il dolore che segnala la mancanza di un principio credibile che dia direzione e senso all’agire educativo , di una ragione degna di maggiore affidabilità del semplice “ mi sento di fare così”. Lo smarrimento dei genitori sembra invocare un criterio che liberi dal dubbio persistente di essere in balia delle proprie incerte opinioni educative , e che costituisca un punto fermo per non sentirsi persi nella soggettivizzazione radicale che toglie ogni fondamento alla distinzione fra vero e falso, fra bene e male anche in campo educativo. Senza la riscoperta di una sicurezza morale fondamentale, appare alquanto improbabile attuare il proposito della fermezza.
Sarebbe poco ragionevole riparare i dinamismi psicologici , (la complessa rete che trasporta energia psichica) senza considerare il collegamento del sistema alla fonte stessa dell’energia. La certezza morale rappresenta il fondamento della sicurezza psicologica e dunque non si può essere sicuri (psicologicamente) , senza godere di qualche essere certezza (morale).
“ Nessun vento è favorevole a chi non sa dove andare “
R. M. Rilke
Esiste una verità certa ed intrattabile ?
La verità morale sopravvive attualmente in clandestinità : tutti avvertono la necessità della sua presenza ma le sono negati i diritti di cittadinanza. Ignorata e trattata con supponenza della cultura ufficiale e dalla retorica pubblica, si adatta a sopravvivere in qualche enclave minoritaria che ancora rende onore al suo magistero. La verità morale perduta, in grado di ridare una direzione di fondo all'azione educativa e contemporaneamente costituire un efficace rimedio all’incertezza dei genitori pare essere questa : che i figli , per essere felici è necessario che diventino buoni, capaci cioè di voler bene.
Questa certezza è fondamentale per l'agire educativo perché costituisce la ragione più profonda e decisiva che giustifica il tentativo del genitore di resistere alle spire avvolgenti dell’oscuro senso di colpa per aver “fatto star male” il figlio, prendendo delle posizioni a lui poco gradite. Quale essenziale principio , quale bene maggiore rende legittimo “ far star male “ i figli opponendosi ai loro desideri ? Se i figli non sono aiutati a ritenere per certo che possono essere più felici cercando di amare i genitori invece ignorarli o sfruttarli , ad esempio , anche l’affetto naturale che provano nei loro confronti è destinato a corrompersi e a trasformarsi in insofferenza e risentimento reciproco.
Nel caso in cui i figli si rifiutino alle esigenze della reciprocità , ( l’essenza della COLPA ) diventeranno inevitabilmente un peso ed una delusione per i genitori ; essi si sentiranno accettati solo se li accontentano, si adattano alle loro esigenze e permettono loro di fare ciò che vogliono, senza interferire nella loro supposta "libertà". I rapporti di consanguineità non garantiscono di per sé un buon rapporto fra genitori e figli; i naturali sentimenti di reciproca benevolenza per trasformarsi in legami positivi necessitano di essere convalidati dalla libera decisione di accettare le condizioni che li realizzano. I legami forti fra genitori e figli , verso cui gli affetti naturali "inclinano", non si realizzano se non sono rispettate le condizioni che permettono al rapporto di essere “ buono” .
Se un genitore conviene su questo principio sente di avere “ un buon motivo” per esercitare l’autorità, per esigere e per vietare. I suoi atti d’autorità non sono intesi a chiedere al figlio di riconoscere il suo potere personale ma sottendono un invito ad accettare a riconoscere come necessarie alcune condizioni per potere “ vivere bene insieme”. Quelle stesse convinzioni egli ritiene vincolanti per la propria vita. Chi ha smarrito la semplice verità che è necessario aiutare i figli ad essere buoni possiede una visione parziale dell’educazione (in cui prevalgono gli aspetti di un riuscito adattamento alla vita sociale) ma non può attingere alla sorgente motivazionale che sostiene la fatica della fermezza.
Fare in modo che i figli diventino buoni è qualcosa di più del desiderio che non assumano comportamenti devianti e che tendano al successo scolastico e professionale (soglia cui sembrano arrestarsi molte pratiche educative correnti).
Dunque , se si prende seriamente la ricerca di felicità dei figli e non si intenda ridurla, impoverendola, alla ricerca della piacevolezza psicologica delle singole esperienze, è necessario aiutarli a scoprire in sé la capacità di essere FORTI E BUONI e a credere alla promessa di felicità che essa porta con sé. La decisione di spendersi per qualcosa di buono e di giusto fa arrivare l'energia, da la carica, accende e accresce il desiderio di cose grandi e nobili. Permette un’esperienza di positività ai più sconosciuta che va sotto il nome di “fierezza” , un sentimento relativo alla contentezza di sé derivante dalla capacità di sopportare le difficoltà , il dolore, la fatica , sacrificandosi per qualcosa di giusto, nobile, grande.
Un sentire si sé che oggi sembra del tutto sconosciuto. Se i ragazzi si sentono “spenti”, forse è perché non sono sufficientemente aiutati a capire e tirare fuori la grandezza che c'è in loro. Non permettere che qualcuno svii o indebolisca la fiducia che i figli possono accordare a tale prospettiva, appare più decisivo del perseguimento dei successi sportivi, scolastici o professionali perché essi possano sentirsi realmente “ sentirsi positivi “.
Cosa possono fare i genitori per promuovere nei figli la disposizione alla bontà e alla nobiltà d’animo che unica, può garantire la riuscita della loro vita?
L’azione educativa, infatti, non consiste essenzialmente nell’evitare che il figlio compia scelte “ sbagliate” o abbia comportamenti riprovevoli ma nel promuovere la sua capacità di voler bene a qualcuno, di spendersi non esclusivamente per il proprio interesse. Compiuta questa scelta di fondo le tendenze psicologiche si armonizzano intorno a questo progetto. Non basta che i figli si accorgano di essere amati , è necessario che e che sia loro richiesto di rispondere all’amore ricevuto “ dando qualcosa di sé ", sperimentando le complesse emozioni racchiuse nell’atto di rendere felice un'altra persona. Diversamente, rimarranno chiusi nella pretesa infantile di ricevere considerazione, affetto, ritenendo di avere diritto a ciò che li gratifica o di cui abbisognano, senza nulla dovere in cambio.
Esigere che i figli sperimentino cosa si prova ad essere buoni e cerchino di voler bene anche ai genitori, è dunque essenziale per la loro realizzazione personale. I genitori possono accendere nei figli, senza forzare o imporre, un desiderio di “ provare ad essere buoni ” aiutandoli a scoprire le loro capacità naturali che li inclinano a ciò e a superare alcuni aspetti del carattere che sono di ostacolo alla realizzazione delle loro potenzialità etiche. Vanno dunque incoraggiati, indicando loro gli aspetti del carattere e le sensibilità che li possono rendere capaci di voler bene in modo assolutamente originale.
In questo modo essi si sentono amati oltre che per come sono, anche per come potrebbero diventare, ricevendo da parte dei genitori un anticipo di stima che facilita la buona formazione dell’Io ideale. E’ solo il caso di ricordare, sulla scorta delle riflessioni precedenti, che l’essere stimati dai genitori non equivale semplicemente a piacere loro, se non nel senso di sentirsi apprezzati anche per i propri ideali, circostanza che rende la sensazione di “ piacere “ ai genitori ancora più completa e profonda.
E' opportuno dunque che i genitori non si accontentino di essere considerati fornitori di servizi gratuiti, che non trovino naturale esistere per i figli " solo quando hanno bisogno di qualcosa ” e “ non contare niente perché al mondo esistono solo loro”, mentre anch’essi possono esprimere dei gesti di reciprocità. E' ragionevole che i genitori vogliano ben altro che qualche affettuosità e che si rifiutino di essere tenuti buoni con qualche sufficienza scolastica, ma esigano di essere amati, nella misura e nei modi in cui è possibile all’età ed alle caratteristiche dei figli.
Anch'essi hanno diritto ad essere trattati con rispetto, senza che si pretenda da loro energie, tempo, soldi e disponibilità illimitate, diritto a ricevere aiuto (molti ragazzi vogliono salvare la terra, ma non aiutano la mamma a lavare i piatti), a non essere sfruttati approfittando della loro naturale disponibilità, a non essere manipolati facendo leva sui punti deboli del loro carattere. Voler bene ai genitori rappresenta, d’altro canto, un dovere dei figli in quanto condizione necessaria perché scoprano in sé la possibilità di essere buoni, sviluppino il desiderio di diventare tali e scoprano la positività che deriva dal lasciarsi attirare da questo valore.
I genitori non cercano particolari ringraziamenti o riconoscimenti per la loro dedizione, ma sanno che se i figli non si accorgono di essere amati e non credono che valga la pena provare a fare felice qualcuno, non ci sarà felicità per la loro vita. Sentire di avere questa verità da testimoniare rende psicologicamente più agevole accettare di essere autorevoli e fermi nell’azione educativa, avvertendo di poter rendere ragione a se stessi in modo convincente degli atti incoraggiamento, di correzione, ed anche di proibizione, se necessari.
Il poeta H. Auden indicava le attese più profonde dei figli, il sapere decisivo che essi attendono dai genitori, con le celebri parole : “ La verità, vi prego sull’amore “.
Castegnato, 10/11/2004
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Amare i figli con cuore di padre relazione del Dott. Osvaldo Poli |
Il padre è colui che impone al figlio un sacrificio, che sottopone il figlio alla pro va~ Egli lo pone consapevolmente in situazioni psicologicamente difficili, che contengono una fatica da accettare, uno sforzo da compiere, una verità da riconoscere e chiede al figlio di accettare tali aspetti della realtà». La prova consiste nel chiedere al figlio di affrontare il dolore e la fatica delle rinunce necessarie per poter crescere bene ed essere davvero contento di se. In questo modo egli aiuta il figlio ad accettare la “legge della vita “, esperienza che farà di lui una persona diversa e migliore. L’essenza di ciò che il figlio dovrebbe comprendere come “legge della vita” e cost espressa dalle tipiche espressioni dei genitori: voglio che mio figlio capisca
-che nella vita non è tutto bello e facile
-che in essa “c’è il bello e c’è il brutto”
-che per avere qualcosa bisogna dare qualcosa (se vuole essere rispettato, anche lui deve rispettare gli altri)
-che per niente non ti viene dato niente» (se vuoi essere promosso devi studiare)
Il figlio deve accettare tale dato di realtà come immodificabile se intende diventare grande, capace di accettare la vita senza pretendere di dettare ad essa le condizioni. Il dolore della ferita inferta dal padre riguarda esattamente la rinuncia a pensare la vita in termini infantili, quasi fosse un paradiso terrestre dove tutto è facile, senza fatica e nulla è richiesto per poter vivere.Dove la vita ti dà tutto senza chiedere niente, tutto “gira intorno a te” al solo scopo di renderti felice e gli aspetti difficili e dolorosi semplicemente “non esistono “, o qualcun altro si deve sentire incaricato di rimuoverli. Il padre chiede al figlio di “sacrificare “questo modo infantile di affrontare la vita, rinunciando alle condizioni favorevoli o poco impegnative garantite sin a quel momento dalla famiglia e dalla mamma in particolare.
Il codice materno tende a proteggere il figlio dal dolore e dalle fatiche della vita, il codice paterno tende a incoraggiare il figlio ad accettarle e superarle, a non nascondersi, a non evitarle, a non averne paura. A non scappare sempre dalla prova, ad accettarla, “lasciandosi provare” acconsentendo di fare ciò che la le circostanze ti chiedono come giusto, opportuno, necessario». Il segno del rapporto con il padre è la “ferita” che il figlio porta con sé, nel suo carattere e nella sua concezione della vita, come conseguenza della difficoltà cui è stato sottoposto, che ha accettato e che ha positivamente superato». Il padre chiede al figlio di non fare del proprio desiderio e del proprio piacere la misura suprema del bene e del male, chiedendo gli di rinunciare all’ onnipotenza del desiderio:
- accettando che non tutto si può avere, ma è possibile vivere accettando il limite, la
misura, e che si può essere felici senza avere grandi cose,
- accettando che non si può “far diventare” vero ciò che piace, nè far “girare il mondo
come dico io”
Solo la rinuncia rende capaci di vivere nel mondo così com’è, senza che esso sia stato preventivamente “addomesticatO”, reso meno gravoso e difficile dal sacrificio materno» (la fatiche evitate ricadono inevitabilmente su un ‘altra persona) » L’onnipotenza infantile in fatti è illusoria, perché è possibile solo se il prezzo della sua “vita facile” è segretamente pagato da altri dai genitori con i loro sacrifici (della mamma in particolare, che per il figlio si impone di non essere mai stanca, dal lavoro del papà, dai famigliari che sopportano degli aspetti più negativi del carattere del figlio). In tal senso la ferita coincide con la separazione dalla madre e con tutto ciò che ella garantisce in termini di aiuto, facilitazione, mediazione con le durezze della vita. L’immaturità consiste esattamente nel pretendere che il mondo intero si comporti come la mamma garantendo le stesse condizioni che eliminino le difficoltà e gli aspetti impegnativi della vita.
Un modo equivalente per descrivere il senso dell’ intervento paterno è noto con l’immagine, molto pertinente, del taglio del cordone ombelicale.
Tagliare il cordone ombelicale significa
* togliere al figlio il velo che lo protegge dal contatto diretto con la realtà e le sue leggi, le sue richieste, ponendolo sul piano di realtà (se vuoi riuscire ... queste sono le condizioni)
* evitare che le comunicazioni gli arrivino “filtrate” dalla placenta del genitore che smorza i toni, ammorbidisce, fa sconti, smussa gli angoli ,sop porta addolcisce, tiene conto dei suoi gusti, si adatta a come è fatto lui, in modo che per il figlio tutto sia più accettabile, meno faticoso ed impegnativo.
* Introdurlo nell’aspetto “serio” della vita, togliendolo dalla sensazione che non gli possa capitare nulla di veramente negativo, che non ci sia realmente un prezzo da pagare per i propri errori
* vederlo come “una persona” , prima che come “mio figlio “, senza farselo troppo dispiacere
Tagliare il cordone ombelicale significa ancora più propriamente
- distinguere le sue responsabilità dalle proprie, non sentirsi in colpa per tutti i suoi comportamenti
-mettere un limite al dovere che come genitori si sente di avere nei suoi confronti, attribuirgli la responsabilità che gli spetta, in relazione alla situazione che si è creata
-accettare la propria impotenza a farlo cambiare se lui non lo vuole, non mostrarsi più interessa ti di lui a “salvarlo “dalle conseguenze spiacevoli che egli non ha voluto evitare.
Il discredito culturale della sensibilità educativa maschile, ha eliminato l’esperienza della prova, ma ha reso più deboli i figli, incapaci di reggere la vita con le sue inevitabili difficoltà, incapaci di confrontarsi sul piano di realtà. I figli senza padri, ad esempio, capeggiano le statistiche dei suicidi in America (circa il 75%) “L’adolescente che tenta il suicidio, a condizioni sociali, razziali e di reddito equivalenti a quelli che non lo tentano, di solito hanno un contatto minimo o nullo con il padre “(New York Psychiatric Institute 1993)
Il padre chiede al figlio di sacrificare una parte di sé, rinunciando, ad esempio
-alla pigrizia
-all’indolenza (studiacchiare, fare qualcosa tanto per fare, vivacchiare, vivere di piccole furbizie ed espedienti, tanto non mi bocciano, tanto i compiti li
correggono insieme a tutta la classe)
-allo scegliere sempre la via più comoda
-alla tendenza a fare solo ciò che è piacevole, facile
-al giocare con i sentimenti degli altri
-ad avere una scusa sempre pronta
~‘1
-alla pretesa di aver sempre ragione
di poter far creder agli altri ciò che ti pare e piace
di far girare il mondo intorno a sé
In questo modo il figlio si lascia circoncidere dal punto di vista psicologico accettando le parole del padre che gli indicano le rinunce che deve fare per diventare forte capace di vivere nel mondo così come esso e.(i rimproveri, le indicazioni che lo stimolano a fare il suo dovere, a collaborare in casa, a creare un buon clima con i fratelli ad esempio)
Padre è colui che crede in qualcosa, crede che via sia “qualcosa “ che merita il sacrificio, I’ impegno, la rinuncia al principio del piacere. La sofferenza che il padre sollecita o impone non è motivata dalla crudeltà o dall’insensibilità psicologica. Il padre “sente”, capisce la fatica del figlio di riconoscere ed accettare ciò che è vero ed è giusto. E’ maggiormente capace della madre di” contenere” il dispiacere per la sofferenza del figlio. L’ amore per ciò che è giusto e vero lo aiuta a sopportare l’idea di aver posto il figlio di fronte ad un aspetto spiacevole di se stesso o della realtà. Egli capisce bene la difficoltà del figlio e questo aggiunge dolcezza, misura e tatto alla sua forza, anche se non può esimersi dal fare ciò che va fatto o dire va detto per il suo bene.
L’ amore del padre è tenero e forte. Non sotto valuta il costo emotivo della rinuncia alla tendenza a dire bugie, ad esempio, a sfuggire le proprie colpe , a far finta di non sapere qual è la vera causa del suo insuccesso scolastico. Sa quanta fatica comporta dire: è colpa mia piuttosto che accampare mille giustificazioni. Segretamente (con la sua anima si direbbe,) mentre dice al figlio ciò che per amore di verità deve dirgli, è come se lo supplicasse di lasciarsi mettere alla prova dalla realtà, di non avere paura di ciò che è vero e di ciò che è giusto, di non scappare. La considera, anzi quasi “una sofferenza sacra” perché, se accettata fa nascere nel figlio di essere una persona migliore. Ciò gli farà affrontare la vita con coraggio, slancio, freschezza, fiducia nella sua fondamentale positività, da uomo insomma, in vece che creare “persone eternamente in fuga” , costretti a barare con se stessi e con gli altri e poco per volta a detestare la realtà semplicemente perché non si lascia sottomettere dalla pretesa che le cose” vadano come dico io”, adattandosi alle nostre condizioni.
Chi si ostina in questi presupposti non può che trovare la vita inevitabilmente ostile, deludente / sostanzialmente negativa. Il padre chiede al figlio di avere il coraggio di riconoscere ciò che è giusto e vero / rinunciando all’illusione infantile di poter esercitare dei diritti divini sulla realtà. Da al figlio la forza di non aver paura di essere semplicemente uomini, riconoscendo di non avere alcun potere sulla verità che appare alla nostra coscienza e sul senso di giustizia che ci è connaturale, ed accettando anzi di essere sottoposti ad un giudizio non manipolabile dai nostri tornaconti e dalle nostre furbizie. Lo fa chiedendo al figlio di credere in una “promessa” che implicitamente gli esprime : se farai in questo modo, è come se dicesse, se darai fiducia alle mie parole, se farai ciò che ti chiedo, sarai più felice, ci sarà soddisfazione anche per te.
E’ l’affidarsi alle parole del padre che salva il figlio, che gli fa “venire forza”.
Il padre, d’altro canto non può promettere al figlio di attraversare il dolore se non in nome di una certezza intrattabile : che in essa non c’è il male o la morte, che non rende più in felici. Non può proporre al figlio qualcosa di cui egli stesso dubiti o qualcosa in cui egli non sia intimamente certo. Non si può chiedere al figlio di fidarsi di te per ciò di cui non sei certo, sarebbe come ingannarlo. Solo chi ha una certezza può chiedere. Solo chi ha una convinzione può chiedere fiducia e può trovare le parole per dire al figlio che “ne vale la pena”.
Il sacrificio in fatti, non uccide il figlio ma una parte “meno nobile” di sé, rendendolo in questo modo una persona migliore. Esso viene restituito al padre come il figlio della promessa, così come il suo cuore lo desiderava, così come sarebbe stato bello che fosse. Solo in quel momento si sente “fecondo”, perché ha trasmesso al figlio i suoi valori, un certo modo di intendere e di affrontare la vita. Solo a quel punto riconosce il figlio come “figlio suo” e si sente definitivamente padre, accomunato a lui non solo dai legami di sangue o dall’affetto naturale, ma dagli stessi valori. Il padre si sente definitivamente tale, nel momento in cui il figlio in cui accetta la sua eredità, di credere cioè (a suo modo) negli stessi valori in cui egli ha creduto.
Quando il padre “mette alla prova” il figlio, lo fa con la trepidazione nel cuore (spera segretamente che il figlio la accetti, avverte una in finita tenerezza per lui, “piange lacrime invisibili “dentro di sé ma non le lascia trasparire / deve farlo, dentro di sé vorrebbe evitarglielo, ma deve farsi forza, darsi coraggio , sperando che il figlio “la prenda bene’; che dia fiducia alle sue parole e accetti il sacrificio dalle sue mani). Il padre, mentre alza il coltello che colpirà il figlio, piange silenziosamente. Segretamente ma con tutto se stesso supplica il figlio di accettare ciò che gli chiede, di fidarsi di lui anche se gli sta chiedendo qualcosa di spiacevole. Sa di doverlo fare e gli esplode dentro una infinita tenerezza per lui.
Trattiene il dispiacere, e sfidando l’incomprensione ed il rifiuto, fa ciò che deve. Questo dovere è tutto il suo amore.
Castegnato, 17 novembre 2004
BiBLIOGRAFIA
“Non ho paura a dirti di no”
Ed. San Paolo 2004
“Il Dialogo fra genitori e figli” metodo ed esercitazioni
Edizioni Dehoniane Bologna 1999
“Dopo la terza Media: come aiutare i figli a scegliere responsabilmente”
Edizioni Dehoniane Bologna 1999
“La voglia di studiare: come aiutare i figli ad amare lo studio”
Edizioni Dehoniane Bologna 1999
“Il genitore equilibrato: le paure ed i bisogni che fanno sbagliare i genitori”
Edizioni Dehoniane Bologna 1999
“Fratelli e sorelle: come aiutare i figli a essere fratelli”
Edizioni Dehoniane Bologna 2000
“Andare d’accordo: la collaborazione fra marito e moglie nell’educazione dei figli”
Edizioni Dehoniane Bologna 2000
Materiale gratuito del prof. Poli è scaricabile dal sito www.osvaldopoli.com
Sono organizzati degli incontri formativi per i genitori con il Dott. Poli nelle serate del 19 e 26 marzo alle ore 20.30. Maggiorni informazioni nel documento in calce:
COMUNE DI CASTEGNATO
Assessorato ai Servizi Sociali
Assessorato alla Cultura e Pubblica Istruzione
e
il COMITATO DEI GENITORI
DELL’ISTITUTO COMPRENSIVO DI CASTEGNATO
ORGANIZZANO
Incontri formativi per genitori
presso il Centro Civico di Via Marconi, 2 - Castegnato
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19 marzo 2007 ore 20.30 |
COME SEGUIRE I FIGLI NELL'ESPERIENZA SCOLASTICA
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26 marzo 2007 ore 20,30
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L’ADOLESCENZA, COME CAMBIANO I RAPPORTI FRA GENITORI E FIGLI |
Relatore degli incontri sara’ il Dott. Osvaldo Poli, psicologo,
esperto con pluriennale esperienza in corsi di formazione per genitori
Ingresso gratuito
Per ulteriori informazioni tel 0302146824
L’Assessore ai Servizi Sociali: Renato Mazzetti
L’Assessore alla Cultura e Pubblica Istruzione: Adriano Orizio