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RESOCONTO SULLA MOSTRA FOIBE/ESODO una storia negata, 28 febbraio ’08

norma Cossetto

La visita alla mostra è stata condotta da una guida, un ricercatore di storia dell’università statale di Milano; ha seguito il metodo della narrazione storica, cercando di coinvolgere il più possibile alunni e insegnanti. Il discorso ha toccato tematiche storiche e storiografiche.

Cosa significa storiografia? Storiografia vuol dire riflessione sulla storia; è naturale che la riflessione sui fatti segua i fatti e tenda a interpretarli alla luce del presente e delle tendenze politiche che si sono imposte all’interno della società.
La nostra guida ha spesso accompagnato l’esposizione dei fatti a riflessioni storiografiche; vedremo alla fine come queste riflessioni storiografiche possano suggerirci interrogativi e valutazioni anche sul presente che viviamo.
Il discorso si è aperto con una descrizione delle foibe: le foibe sono delle profonde gole del terreno presenti nelle terre della Venezia-Giulia nelle quali vennero gettati migliaia di italiani a partire dal 1943. Questa orribile pratica non era sconosciuta neanche anticamente e era accompagnata da ritualità magiche; assieme ai morti calati negli anfratti del terreno venivano gettati dei cani neri, in modo tale che le anime dei morti non tornassero a tormentare i vivi, oppressi dal rimorso. Per comprendere la tragedia di massa avvenuta agli italiani occorre tornare agli anni 1940-1941, quando l’Italia invade quei territori. L’Italia, una volta entrata in guerra accanto alla Germania, conduce una guerra parallela, per garantirsi degli spazi di espansione in Etiopia e nelle terre balcaniche, da sempre considerate una naturale propaggine dell’Italia al di là dell’Adriatico.
Nelle terre giuliano-dalmate ci sono dense comunità di italiani, molto legate all’idea di nazione e di patria. Nel 1940-1941 l’Italia si espande in Istria e in Dalmazia e arriva quasi fino all’Albania. Le città popolate da italiani più rilevanti sono Fiume, Pola, Zara, meta di continue piccole migrazioni. Queste città sono situate sulle coste e manifestano un forte legame con la patria. L’Italia compie un’occupazione militare di queste terre; le zone interne non vengono quasi toccate dalla presenza italiana. Con l’occupazione fascista, si apre una forte conflittualità tra slavi e italiani. La presenza fascista diventa visibile, ad esempio attraverso la figura del podestà. Viene compiuta un’italianizzazione forzata: neppure nei luoghi pubblici è permesso parlare slavo, croato, istriano. Viene imposta nelle scuole unicamente la lingua italiana.
Naturalmente tra le popolazioni slave ci sono gruppi che resistono al processo di italianizzazione: ci sono forze monarchiche e forze comuniste. Politicamente queste forze sono in contrasto una con l’altra, ma accomunate dall’odio contro l’invasore italiano. I fascisti croati (gli Ustascia) sono nemici dei comunisti e dei sovietici; d’altro canto la Serbia nutre il sogno di creare una grande Serbia, a danno di tutte le minoranze. Le democrazie occidentali (Francia e Inghilterra) non appaiono molto pronte a fronteggiare i rischi rappresentati dalle dittature e dai nazionalismi. Frattanto in Russia s’era imposto un regime comunista, con la dittatura del proletariato, che in realtà è la dittatura di un partito e non la dittatura della classe operaia.
Tito è un capo partigiano, ben formato militarmente, che opera per realizzare una Iugoslavia comunista. Il suo movimento vuole sbarazzarsi di destra e di minoranze etniche.
Il 25 luglio 1943 viene sfiduciato il governo fascista; il re Vittorio Emanuele III dimette Mussolini e chiama il maresciallo Badoglio a presiedere un governo di funzionari. Nel corso dell’estate il generale Badoglio avvia trattative segrete con gli alleati. L’8 settembre del 1943, via radio, annuncia l’armistizio, senza aver messo in atto le misure militari necessarie a prevenire la prevedibile reazione tedesca. Il paese è allo sbando; i soldati italiani lasciano l’uniforme e operano di fatto un tradimento a danno dell’alleato tedesco. Non tutti gli italiani accettano il nuovo ordine degli eventi; alcuni restano fedeli all’antico alleato e al fascismo. Queste persone confluiranno nella Repubblica di Salò, sulle rive bresciane del lago di Garda: qui ha sede il governo fantoccio del partito fascista, protetto dai tedeschi. I tedeschi imprigionano gli italiani e li internano nei campi di concentramento in Germania.
Proprio nel mese di settembre del ’43 si compie la vicenda tragica di Norma Cossetto, nata nel 1920 e figlia di un sindaco fascista. In realtà non si tratta di un fanatico; tutti, tra il1925 e il 1945, avevano la tessera del partito fascista e erano cresciuti nel clima culturale che il fascismo aveva favorito; Mussolini aveva il merito inoltre di aver modernizzato l’Italia e di averla inserita nel consesso internazionale. Il padre di Norma Cossetto era un cittadino benestante; faceva parte di quella categoria di persone che si era recata in Istria per cercare migliori condizioni di vita, avendo in partenza basi economiche abbastanza solide o una professione: si trattava di commercianti, avvocati, medici, impiegati statali. Queste persone sono spesso ben inserite nel nuovo contesto; hanno però una posizione economica migliore di quella della popolazione locale, composta per lo più da pescatori e contadini. Tale condizione generò talvolta risentimenti e invidie.
Norma Cossetto, vissuta serenamente, fidanzata e in procinto di laurearsi presso l’università di Padova, viene prelevata da un amico, partigiano di Tito, alla fine di settembre del 1943; dopo essere stata rilasciata una volta, viene nuovamente arrestata. Tra il 1 e il 5 ottobre del 1943 si compie la sua orrenda agonia: ella è prima violentata, seviziata, picchiata, poi uccisa in una foiba con altri italiani arrestati nel frattempo, alcuni dei quali membri della sua famiglia. Le truppe tedesche avanzano; i titini tengono con sé i soldati italiani, per fuggire di fronte all’avanzata delle truppe tedesche se ne sbarazzano e li gettano nelle foibe. Gli italiani vengono fatti inginocchiare, in segno di umiliazione. Molti finiscono in mare; vengono imbarcati, gli vengono legati addosso sacchi di pietre e sono gettati in acqua a centinaia. E’ in atto una spietata pulizia etnica, compiuta per sbarazzarsi degli occupanti italiani fascisti.
Nella comunità italiana si diffonde la notizia di ciò che potrebbe accadere se si restasse in terra istriana: comincia un esodo di immani proporzioni. I profughi istriani scappano e si rifugiano specialmente nelle regioni del nord, dove è radicata l’occupazione nazifascista del territorio. Qui i profughi istriani arrivano molto numerosi, perché sono in fuga dalle foibe. A Brescia sono ospitati nella caserma Goito; in provincia c’è una forte presenza di profughi istriani anche a Chiari. Le condizioni nei campi profughi sono difficili; molti dilapidano tutti i loro beni alla borsa nera. Non c’è vita privata perché gli spazi sono angusti. Si presentano anche difficoltà di ordine politico: i profughi che fuggono dai partigiani titini sono considerati comunisti dalla gente, fascisti dalle autorità statali, anche perché il governo italiano non è più fascista. Non vengono riconosciuti come italiani a tutti gli effetti. Dopo il 25 aprile del 1945 i titini occupano Istria e Dalmazia: la città di Trieste diventa il simbolo del contenzioso tra Jugoslavia e Italia. Nei 45 giorni che seguono al 30 aprile avvengono stragi e infoibamenti nella Venezia-Giulia occupata dall’esercito iugoslavo. La suddivisione di Trieste e del territorio circostante in zona A, sotto il controllo italiano, e zona B sotto il controllo iugoslavo, viene ratificata dal trattato di pace di Parigi il 10 febbraio 1947. Esso sancisce la cessione alla Jugoslavia delle intere province di Pola, Fiume e Zara (isole comprese), nonché di parte della provincia di Trieste e Gorizia. Si costituisce inoltre il Territorio Libero di Trieste, con la zona A amministrata dagli alleati e la zona B dall’armata jugoslava. In Italia è una giornata di lutto nazionale. Con il “memorandum” di Londra del 5 ottobre del 1954 si stabilisce in via definitiva che la zona A passa sotto il controllo dell’Italia e la zona B sotto quello della Jugoslavia. Nel 1975 viene firmato un nuovo trattato a Osimo nel quale viene disposta una piccola modifica territoriale a favore di Tito.
QUESTIONI STORIOGRAFICHE SOLLEVATE:
1. La variegata appartenenza politica dei gruppi facenti parte della Resistenza in Italia.
2. La nozione di patria e di nazione, non necessariamente sinonimo di nazionalismo.
3. La natura e i metodi applicati dai comunisti e l’illusione del collettivismo.
4. La ricorrenza nelle zone balcaniche, e non solo, del sistema della pulizia etnica per tutto il corso del 900. Questione del Kosovo e balcanizzazione.
5. La violazione della memoria delle vittime: nel 1949 Norma Cossetto riceve la laurea Honoris causa perché viene accomunata a giovani partigiani caduti nella lotta al nazifascismo. Non si dice che morì per mano di partigiani comunisti.
6. La differenza tra democrazia e stato di diritto. Non è sufficiente una democrazia formale, rappresentativa per pararsi dal rischio degli arbitri e delle dittature: le istituzioni devono nella sostanza difendere i diritti della persona e affermarne la centralità.